
Per anni, il trasferimento dei dati personali tra Europa e Stati Uniti è stato un terreno instabile, segnato da accordi annullati, revisioni normative e incertezze giuridiche. DI recente però, un importante passo avanti sembra aver portato maggiore equilibrio.
Il 3 settembre 2025, il Tribunale dell’Unione europea ha emesso una sentenza significativa (causa T-553/23, Latombe contro Commissione) che ha confermato la piena validità del Data Privacy Framework (DPF), il nuovo accordo tra UE e Stati Uniti in materia di trasferimento dei dati personali.
La decisione mette fine – almeno per ora – a un lungo periodo di instabilità che aveva creato non pochi dubbi tra imprese, consulenti e professionisti della privacy.
Dalla crisi degli accordi precedenti al nuovo equilibrio
La vicenda dei trasferimenti di dati oltreoceano è tutt’altro che nuova. I precedenti sistemi di scambio — Safe Harbor (2000) e Privacy Shield (2016) — erano stati infatti dichiarati invalidi dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nelle celebri sentenze Schrems I (2015) e Schrems II (2020).
In entrambi i casi, la Corte aveva ritenuto che le leggi statunitensi non garantissero un livello di tutela dei dati personali equivalente a quello europeo, soprattutto a causa dei poteri di accesso ai dati riconosciuti alle agenzie di intelligence americane. Questo aveva generato notevoli problemi pratici: molte aziende europee avevano dovuto rivedere i propri contratti, implementare clausole standard o addirittura sospendere alcuni flussi di dati per evitare violazioni del GDPR.
Con il Data Privacy Framework, approvato dalla Commissione europea nel luglio 2023, si è tentato di ristabilire un meccanismo stabile e conforme ai principi del Regolamento (UE) 2016/679, in particolare al Capitolo V del GDPR, dedicato ai trasferimenti verso Paesi terzi.
Il ricorso e la sentenza Latombe
Non tutti, però, avevano accolto positivamente la nuova decisione della Commissione.
Philippe Latombe, eurodeputato francese, aveva presentato un ricorso chiedendo l’annullamento della decisione di adeguatezza sul DPF, sostenendo che il sistema non offrisse garanzie sufficienti ai cittadini europei.
Il Tribunale, tuttavia, ha respinto il ricorso ritenendo che il nuovo quadro normativo garantisca una tutela sostanzialmente equivalente a quella offerta nell’Unione europea. Secondo la pronuncia, il DPF introduce elementi innovativi e concreti che superano le criticità emerse nei precedenti accordi.
Le nuove garanzie introdotte dal Data Privacy Framework
Due pilastri fondamentali rafforzano il DPF e ne giustificano la conformità ai requisiti europei:
- L’Ordine Esecutivo 14086, firmato dal presidente statunitense Joe Biden nel 2022, che ha introdotto tutele più stringenti contro le attività di sorveglianza eccessiva delle agenzie di intelligence USA. In particolare, l’ordine prevede che l’accesso ai dati personali sia limitato, proporzionato e soggetto a controlli indipendenti.
- La Data Protection Review Court (DPRC), un nuovo organismo indipendente incaricato di esaminare i reclami dei cittadini europei in caso di abusi o trattamenti non conformi da parte di enti statunitensi.
Il Tribunale dell’UE ha riconosciuto che la DPRC opera con reali garanzie di indipendenza, imparzialità e autonomia rispetto al potere esecutivo americano, confermando così la validità del sistema di ricorso previsto.
Grazie a questi due strumenti, il DPF appare oggi più solido e conforme ai principi di tutela dei dati personali richiesti dall’ordinamento europeo.
Un segnale di stabilità per le imprese europee
Dal punto di vista operativo, questa sentenza rappresenta una buona notizia per le imprese e per tutti i soggetti che gestiscono dati personali in ambito internazionale. Il riconoscimento della validità del Data Privacy Framework offre infatti una base giuridica chiara e affidabile per i trasferimenti di dati tra UE e USA, evitando il rischio di un’ennesima sospensione dei flussi transatlantici.
Per le PMI europee, spesso prive di grandi risorse interne dedicate alla compliance, la certezza normativa è un elemento cruciale: consente di pianificare strategie digitali, utilizzare fornitori statunitensi (es. cloud service provider, piattaforme marketing o CRM) e investire in nuovi progetti tecnologici senza il timore di vedersi contestare l’illegittimità dei trasferimenti.
Naturalmente, la sentenza non elimina l’obbligo per le aziende di valutare caso per caso la conformità dei propri trattamenti. Resta infatti necessario verificare che i fornitori statunitensi aderiscano effettivamente al DPF e siano iscritti nel relativo registro ufficiale gestito dal Dipartimento del Commercio USA. Inoltre, per trattamenti particolarmente sensibili o complessi, può essere opportuno mantenere ulteriori garanzie contrattuali o tecniche, come la crittografia dei dati o l’anonimizzazione.
Il contesto normativo europeo e la centralità della persona
Dal 2016, con l’adozione del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), l’Unione europea ha posto la persona al centro del sistema di tutela. Il GDPR ha introdotto diritti nuovi e più incisivi per gli interessati, ha rafforzato gli obblighi di accountability per imprese e pubbliche amministrazioni e ha imposto standard di sicurezza elevati per la protezione dei dati.
In questo scenario, la possibilità di trasferire informazioni personali al di fuori dello Spazio economico europeo rappresenta un aspetto particolarmente delicato, poiché espone i dati a regimi giuridici differenti. Il Data Privacy Framework si inserisce proprio in questo contesto, cercando di bilanciare le esigenze di sicurezza nazionale statunitensi con il diritto fondamentale alla privacy riconosciuto ai cittadini europei dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
Concludendo: un quadro più solido, ma da monitorare
La sentenza del 3 settembre 2025 non solo conferma la validità del DPF, ma contribuisce anche a rafforzare la fiducia nel sistema transatlantico di protezione dei dati. Per il mondo imprenditoriale, ciò significa poter operare in un contesto più prevedibile e sicuro, riducendo i rischi legali e potendo contare su un meccanismo riconosciuto dalle istituzioni europee.
Manteniamo però un certo grado di prudenza e attenzione in quanto le dinamiche geopolitiche e le future evoluzioni normative potrebbero portare a nuovi dibattiti, e la Corte di giustizia dell’UE potrebbe in futuro essere nuovamente chiamata a esprimersi. Per questo, le aziende dovrebbero continuare a monitorare gli sviluppi e aggiornare le proprie policy privacy in modo coerente.
Vuoi capire se la tua azienda è conforme al nuovo quadro normativo?
Il tema del trasferimento dei dati verso Paesi extra UE resta complesso e in continua evoluzione.
Per questo è importante affidarsi a professionisti in grado di analizzare i processi aziendali e garantire la piena compliance normativa. FinData Srl supporta imprese e PMI nella gestione della conformità al GDPR, nella valutazione dei fornitori esteri e nell’adozione delle misure tecniche e organizzative più adeguate.
Contattaci per un confronto o una consulenza personalizzata sui nuovi obblighi legati al Data Privacy Framework UE-USA.